“Licei coreutici, sblocchiamoli!”
Relatore: Nadia Scafidi
Ricercatrice e docente dell’Accademia nazionale di danza
Preg.mo Presidente On. Pietro Folena
Gentili Colleghe, Egregi Colleghi
Mi chiamo Nadia Scafidi, sono ricercatrice di Storia della Danza e critico dello spettacolo, insegno Legislazione Scolastica ai Bienni Specialistici per la formazione di docenti presso l’Accademia Nazionale di Danza.
Sono stata invitata qui, oggi, per dare voce - spero esaustivamente - al settore della “formazione culturale”della danza, un settore i cui contorni non sempre risultano chiari, anzi vengono spesso confusi con quelli della “formazione professionale” nella danza.
Mi spiego meglio.
Lo studio della danza può essere professionalizzante e non.
In Italia è sempre prevalsa la prima accezione, quella cioè professionale che, come è noto, mira a conferire competenze di tipo primariamente tecnico e, in effetti, tali competenze costituiscono l’obiettivo principale dell’insegnamento stesso della danza sia che venga impartito sulla base di un preciso e certificato curricolo di studi [AND, scuole di ballo teatrali, alcuni licei coreutici sperimentali (Torino, Soverato)], sia in ambito privato o, meglio, in quella pletora di scuole private di danza che costituiscono la principale realtà del settore e dove, comunque, raramente si raggiungono adeguati standard tecnico-qualitativi…ma questo è un altro discorso.
D’altra parte la stessa formazione degli insegnanti di danza è volta essenzialmente a formare professionalità settoriali (ballerini e/o maestri di danza), creando così un vero e proprio circuito chiuso per il quale maestro genera maestro _ es. corso di Perfezionamento e di Avviamento Coreutico presso l’AND _, secondo un meccanismo per così dire elitario che tende ad escludere “gli altri”, ossia il pubblico, dalla conoscenza profonda della danza.
Non a caso in Italia la danza non riesce a diventare fenomeno popolare come per es. la musica, proprio perché manca allo studio della danza ogni finalità che sia espressione della “formazione di base” o, meglio, della cosiddetta “formazione della persona” , una formazione che, prescindendo da obiettivi professionali, mira piuttosto a conferire allo studente una conoscenza approfondita di una certa disciplina (in questo caso la danza) per la “piena realizzazione di sé (consolidando capacità, sviluppando attitudini, acquisendo competenze, conoscenze, abilità specifiche) attraverso gli strumenti culturali e metodologici” (epistemologia) che la stessa disciplina offre (D. Leg. 17 ottobre 2005, art. 2).
In questo modo, la conoscenza della danza (dei suoi stili, dei suoi orientamenti) verrebbe divulgata in maniera più ampia e capillare determinando, così, una competenza consapevole da parte del pubblico a tutto beneficio, poi, della qualità (e frequenza di richiesta) della stessa produzione.
Sembra quasi un ossimoro, ma lo studio non professionale della danza è fondamentale per formare un pubblico attento e competente: ne consegue che fondamentale (e urgente) sia pure l’istituzione di specifici contesti scolastici.
In effetti la legge di riforma scol. n. 53/2003 (art.2), ma soprattutto il decreto attuativo n.226/2005, nel definire il cosiddetto “sistema dei licei”, ha già tracciato il profilo (PECUP – OSA) del liceo coreutico , cioè del primo curricolo di danza non professionalizzante introdotto (anche questo per la prima volta nella storia della P.I….o quasi) nel quadro della ns P.I.. Tale legge ha finalmente incanalato in un preciso percorso scolastico gli aspetti educativi e formativi (della persona) insiti nella danza, aspetti che erano già stati identificati (cfr. Documento dei Saggi, marzo 1998), ma mai veramente applicati a livello curriculare (solo laboratoriale) a differenza della musica (Educazione musicale nella scuola media) e delle belle arti (licei artistici).
D’altra parte, l’attivazione di simili licei di danza sanerebbe l’ennesima lacuna dell’Italia nei confronti dell’U.E., soprattutto verso quei paesi nei quali l’insegnamento della danza non prof. nella scuola pubblica è una realtà di lunga data: per es. in Francia Spagna Svezia e Spagna la danza risulta inserita a titolo obbligatorio sin dal ciclo primario.
Tuttavia, e vengo al vulnus del mio intervento, l’attivazione dei licei coreutici è stata rinviata insieme all’attuazione della riforma della scuola secondaria di II grado, e questo ha generato una serie di gravissimi problemi e cioè:
1) mancata spendibilità del diploma conseguito ai Bienni Specialistici per docenti che, come ho detto all’inizio, sono stati attivati presso l’AND con il D. Min. 22 ottobre 2004 proprio allo scopo di formare insegnanti abilitati per l’insegnamento della danza nella scuola di ogni ordine e grado, scopo che, fra l’altro, ha di recente confermato lo stesso on. Nando Dalla Chiesa (Il Sole24 del 18 giugno 2007).
2) Mancata definizione delle corrispettive classi di concorso. Le classi di concorso, come è noto, sono basilari per la definizione di specifiche graduatorie cui si accede grazie al possesso di titoli di studio specifici con priorità rispetto a coloro che ne posseggono di aspecifici. A queste graduatorie si attinge per il conferimento degli incarichi scolastici. In assenza di classi di concorso, la graduatoria può essere stilata sulla base di parametri stabiliti, volta per volta, dal capo d’istituto il quale, volendo, può dare precedenza al possesso di mere competenze professionali (curriculum artistico) che non a quello dei titoli specifici. In sostanza questo è significato che l’insegnamento della danza in molte “curvature coreutiche” è stato spesso affidato a personale privo dei suddetti diplomi abilitanti. E’ ovvio che l’esperienza artistica giochi un ruolo fondamentale nell’insegnamento della danza, ma è anche vero che l’insegnamento nella scuola statale e paritaria si fonda su precisi requisiti (possesso di laurea abilitante) dai quali neanche quello della danza può derogare.
3) D’altra parte, i professionisti non abilitati, proprio perché gia competenti, potrebbe sottoporsi agevolmente a degli esami abilitanti per così dire “riservati” , esami che, nel sanare la loro posizione in seno alla scuola statale e paritaria, potrebbero finalmente mettere ordine anche alla giungla di attestati, certificati e presunti diplomi rilasciati ai “maestri di danza” senza però alcuna garanzia di qualità.
In conclusione chiedo che questo governo provveda almeno alla definizione delle classi di concorso per gli insegnamenti coreutici, un atto che, nell’attivare un circolo di virtuosi conseguenti provvedimenti (def. delle graduatorie, conferimento degli incarichi agli aventi diritto, conseguente sollecito di una “sanatoria” per gli esclusi), permetterebbe la piena applicazione della vigente normativa, ma soprattutto ridarebbe fiducia a tutti gli insegnanti di danza che, con il loro impegno e dedizione, stanno restituendo alla danza la sua dignità e valenza educativa.
Nadia Scafidi
ricercatrice di Storia della Danza
docente di Legislazione Scolastica ai Bienni Specialistici
presso l’Accademia Nazionale di Danza