I danzatori in Tv “proprio non ci vogliono entrare…”
Giulia Salvagni
Giornalista esperta in danza
Cura il settore videodanza del Milanodocfestival
Responsabile del Progetto Danza e Politica - WDA Europe
La situazione della danza di qualità in Tv oggi è sotto gli occhi di tutti.
Zero sui canali in chiaro, poca su Sky.
Perché la cultura della danza non può essere goduta anche da chi, pur non avendo i soldi per il biglietto di uno spettacolo o per la pay-tv, contribuisce a sostenere l’arte pagando le tasse?
L’apertura di uno spazio televisivo dedicato alla danza (magari in chiaro visto che il digitale arriverà, forse, nel 2012), sarebbe un auspicabile segno di cambiamento ma sarebbe un errore considerarlo sufficiente. Sarebbe come creare una scatola semivuota. Allo stato attuale vi si potrebbero programmare registrazioni di spettacoli, ma non la vasta gamma di programmi ad oc - oggi prodotti solo all’estero - come documentari, programmi di intrattenimento con e per la danza, videoclip, videodanza. Tutte cose che si potrebbero importare pagando fior di euro, certo, ma perché non pensare a far lavorare anche gli italiani?
La cultura artistica è nutrimento per lo spirito e importante propulsore di benessere sociale. Lo sapevano le famiglie aristocratiche che hanno contribuito al fiorire del Rinascimento. Ma oggi in Italia esiste una politica che abbia la forza di promuovere la nostra cultura, avvicinare i cittadini all’arte e quindi sostenere anche la produzione per i video di danza?
La “Dance for camera” è un mezzo di diffusione. In America gira con più velocità di una compagnia, ed i coreografi la utilizzano per far conoscere ovunque il proprio lavoro. A New York c’è il più aggiornato archivio storico del mondo in materia. In Europa, i francesi hanno investito con finanziamenti e hanno promosso la danza in video diffondendola come ambasciatrice della loro cultura nel mondo. Sempre in Francia, la Cinematheque nationale de la danse fa un lavoro di restauro, archiviazione e diffusione.
Programmi divulgativi sull’arte della danza sono stati il fiore all’occhiello dell’inglese BBC sin dal 1933. Quella tradizione, mai interrotta, ha creato un enorme archivio storico, aperto al pubblico, ricco di registrazioni teatrali, documentari, videoclip. In Italia l’archivio Rai contiene poche, rare puntate sulla danza che, pur rappresentando un’eccezione, sono tuttavia inaccessibili al pubblico.
La “videodance”, in particolare, grazie al progresso digitale è diventata un’arte con proprie tecniche e poetiche distinte. Conta su grandi artisti di riferimento, su un crescente numero di giovani appassionati, su esperti che ne stanno indagando origini e storia.
In Belgio, nel Regno Unito, in Francia ci sono Istituti che sostengono i videodancemakers con finanziamenti a progetto (dando i soldi prima, non a fine lavoro e anche dimezzati). Ci sono importanti centri di produzione di videodanza sostenuti dal governo, dalle televisioni, da privati.
C’è una politica tesa a diffondere i prodotti e a far crescere un mercato. Per esempio, in Belgio ed in Olanda i “corti”, tra cui le clip di videodanza, vengono trasmessi al cinema, durante l’intervallo, e sugli schermi televisivi dei bar.
Qui in Italia? Chi lavora per le redazioni culturali della Rai Tv ama la danza in modo quasi spontaneo. Tutti farebbero a gara per uscire con la troupe e riprenderla perché il corpo in movimento è telegenico. Ma non è facile riprenderlo, ci vuole una preparazione speciale che corrisponda a scuole specializzate.
In Europa la videodanza si insegna, si pratica, si sperimenta. In Italia, invece, ho visto cineoperatori televisivi, in genere considerati validi professionisti, giungere in sala di montaggio con inquadrature semivuote, dove il danzatore appare e scompare come un grillo. E i commenti sono: “Ma come potevo fare, si muoveva in continuazione!”...
Questa è la nostra televisione nazionale che paga contratti miliardari per altre variegate amenità.
Roma, settembre 2007
Giulia Salvagni