"Riconoscere la danza è il primo passo"

 

Associazione Sosta Palmizi

Relatore: Raffaella Giordano

 

 

grazie di darmi voce in questa occasione, una piccola voce che si aggiunge inevitabilmente al coro e che a sua volta non è che uno spiffero nel complesso generale di tutti coloro che chiedono di dialogare per trovare sistemi migliori.

è tempo propizio per superare tutte le polemiche e paure, per agire davvero in modo efficace?

l'arte del movimento non ha trovato un posto degno che le permetta di illuminare la sua forza poetica, estetica (nell'accezione più alta del termine) e sociale.

lo sforzo da fare è quello di rendere dignità all' esistenza di questa arte, di sostenerla nelle sue specificità, nei suoi differenti ambiti, di non corromperla a favore di ciò che non le spetta. per poterlo fare, bisogna riconoscerla e quindi conoscere ciò che esiste e che è esistito, ciò che si è mosso e si sta muovendo nei paesi tutti. questo può rendere possibile la percezione delle sue qualità e del senso della qualità.

la difficoltà nel nostro paese in particolare è prima di tutto di ordine e di sensibilità culturale. si direbbe che non sappia o faccia finta di non sapere, o non abbia nessun interesse in tal senso.

la problematica non è solo quella di una cattiva legislazione, ma della mancanza di un sapere e di un linguaggio comuni che aiutino a capire ciò di cui si sta parlando.

il processo di sostegno deve poter prevedere una catena dove ogni anello ha una sua funzione e un suo specifico che deve essere a conoscenza dell'insieme. mancano invece una infinità di anelli e troppi pezzi di una catena rotta o mai costruita si arrogano il potere e diritto di essere l'unicità  di qualcosa che invece dovrebbe essere sistema costruttivo e competente.

vanità e mancanza di coraggio danzano negli spazi di questa terra che soffre.

gli abitanti sono spesso eroi solitari, spacciati dalla loro passione.

in questo senso è di vitale importanza che questa occasione non si trasformi in un evento utile solo (come spesso succede) ad accentrare poteri e dare spicco ai singoli, ma che sia e si evolva senza tralasciare di ri-interrogare le voci di ogni categoria, attraverso un’interlocuzione più dettagliata sui frutti del lavoro svolto dalle stesse con grande fatica e sacrificio negli anni, ed in particolare in questi ultimi tempi.

oggi si sente più chiaramente che esiste un terreno fertile e vivo di autori, danzatori e coreografi che operano nell'ambito della danza d'autore, di ricerca o semplicemente all'interno di quella che è la tradizione non solo europea della danza contemporanea.

le differenze di genere, le poetiche anche contraddittorie, la tradizione e la contemporaneità che inevitabilmente è figlia del passato, non sono che una ricchezza. ma vanno riconosciuti questi ambiti diversi, e ne vanno riconosciuti i  comuni bisogni, semplici e sostanziali, e in eguale misura le differenti esigenze.

nella mia terra i danzatori non sono trattati come delle persone che lavorano, che hanno una vita, famiglia, figli. sembra che nessuno se ne accorga. questo nostro fare non è ancora riconosciuto come un mestiere, c'è il peso di dovere sostenere la completa efficienza per essere sulla scena con spirito e corpo, essendo anche formatori, organizzatori, consiglieri, suggeritori, sostenitori, macchinisti, elettricisti, facchini, tutto, ed essere sempre pronti fino a morire.

io sono stanca e felice che arrivino altri ancora ed ancora.

tutto viene fatto velocemente e in superficie, un paese dove nessuno sa chi, cosa, dove, e dove mancanze gravi di comunicazione e organizzazione elementari obbligano tutti ad arrangiarsi e ad andare di corsa, ad essere senza fiato e a non potere programmare la propria vita.

sappiamo costruire grandi eventi, all'insegna di fama e novità, grandi parole, o costruiamo situazioni ferme su se stesse, arroccate sulla paura di confrontarsi. sappiamo sprecare tanti soldi ed è esperienza mia quella di vedere spesso come chi ha pochi soldi riesce a fare meglio, ma poi struggersi nel tempo, nel non vedere nessuno venire in aiuto nonostante il buon esito dell'operato.

e tutto il resto? il reale effettivo farsi di tutti i giorni?

nessuna legge può cambiare nulla se manca la riconoscenza  del  valore di ciò che è esistente.

esiste invece una forte mancanza dei postulati di base, mancanza di operatori culturali a tutti i livelli, di programmatori come liberi pensatori, di spazi di dibattito, di pensiero, nessun accenno nelle scuole alla storia della danza. impossibilità di studiare. impossibile affrontare lo studio, seriamente. neanche affiora  il quesito, di uno? due? tre? centri minimamente riconosciuti e sovvenzionati. una scuola, un luogo dove potere ricevere una formazione di danza che affronti  le arti del movimento del 900 e che si ponga parallelamente la domanda di come oggi formare un danzatore; dibattito che attraversa tanti luoghi che si occupano di formazione in europa.

questa  assenza è un vero dramma, che impedisce il farsi delle cose, il confronto, il sapere, l'informazione, la memoria storica, il divenire.

non esiste, non c'è un solo posto a roma milano firenze e bologna, per dire alcune fra le città più grandi, un teatro, un luogo idoneo che proponga una programmazione che contestualizzi la contemporaneità dei linguaggi, che non si faccia dei problemi ad affrontare non i giovani di età, ma coloro che sono alle prime opere, poetiche ancora titubanti.. inevitabile di un processo, ed insieme  che contestualizzi coloro che hanno già un percorso ed ancora, coloro che ricostruiscono poetiche classico contemporanee e via dicendo.

ma ogni cosa, insisto, va contestualizzata e non mercificata, ancora una volta riconosciuta e voluta nella sua differenza. 

riempire i teatri riempire i teatri, noi non li riempiamo mai.. quindi.... si ma ..., bisogna lavorare in modo costante, intelligente e a lungo senza vendere, turlupinando lo spettatore, una cosa per una altra, altrimenti c'è di nuovo menzogna, confusione e non si promuove l'esistente ma l'allodola del commerciabile, fare delle scelte a favore di ciò che è impopolare ma che aiuterebbe a uscire da una povertà di orizzonti triste e pericolosa. certo, questo presuppone la cura, la competenza, l’ onestà intellettuale, il sostegno economico e la volontà politica in connessione e in dialogo con le parti.

la gente c'è, il pubblico c'è, bisogna lavorare come per tutto.

l'arte del movimento è una risorsa immensa, noi tutti che in qualche modo ci muoviamo in questo ambito, in fede e qualità, siamo una risorsa.

anche i nostri laghi sono una risorsa necessaria, ma sono sporchi, molti sono gli armadi pieni di scheletri che si annidano negli uffici della burocrazia, se qualcuno tenta la giustizia di una riconoscenza spesso viene ucciso, sì la nostra risorsa è quella di crescere sensibilità, di far dialogare corpo anche fuori dalla sua mercificazione, quella di condividere e far convivere differenze, quella di sostenere lo spazio della fiducia e della grazia, quella di potere dire energie spezzate, di svelare parole nascoste. effettivamente se uno parla è spesso castrato, vedo mia figlia andare a scuola e vedo il lento prosciugarsi della crescita di stima, orizzonte e fiducia.

molto nella società  sembra fatto apposta  per appiattire e omologare, sì il movimento chiede di esprimere, ma allora non c'è speranza?

... c'è un posto dentro a tutti dove potere credere  che sia necessario.

la ferita più dolorosa è quella della umiliazione - così ci sentiamo, così mi sento - è il fatto di non essere riconosciuti non come bravi artisti, ma come lavoranti e a volte sentire vergogna di essere affrancati da un buon giorno, da un bicchiere d’acqua, da un luogo spolverato in anticipo, da un silenzio concesso, dall’avere i soldi minimi per poter sopravvivere.

Raffaella Giordano