“Per un sistema danza in Italia”
Periodico specializzato Danzasì
Relatore: Francesca Bernabini
Ringrazio l’Onorevole Folena che con questo tavolo dà la possibilità a coloro che lavorano nel mondo della danza di avviare un processo condiviso e partecipato per progettare un sistema danza nel nostro Paese
1. Necessità di un quadro normativo armonico
La danza chiede ormai da più di venti anni una nuova normativa di settore fondata non sulla ratificazione dell’esistente con nuove gabbie, ma una legge che dia certezze, che garantisca possibilità di sviluppo, che possa adattarsi ai mutamenti dei tempi e adeguarsi allo sviluppo del settore, una legge che lavori in prospettiva, una legge che dia pari opportunità e dignità a tutte le sue diverse forme di espressione, una legge che liberi la danza dal precariato lavorativo, una legge che ci faccia sentire un paese europeo.
La danza è un settore complesso e articolato con problemi specifici.
Esistono infatti ben sette tipi diversi di formazione (formazione del danzatore professionista; la danza intesa come attività amatoriale; la danza nei curricula della scuola pubblica; la formazione dei coreografi e delle figure professionali legate al mondo dietro le quinte; la formazione dei docenti; la formazione del pubblico; la formazione nelle università).
Esistono diverse tipologie di compagnie di produzione (compagnie presso le fondazioni lirico sinfoniche, compagnie private di produzione, compagnie di fondazioni, compagnie di ricerca e sperimentazione, compagnie il cui ambito di lavoro multidisciplinare difficilmente trova una collocazione. Esistono poi compagnie sovvenzionate dal Ministero per i beni e le attività culturali e una miriade di compagnie non sovvenzionate).
Esistono numerose e diverse forme di distribuzione di spettacoli (circuiti, rassegne, festival, vetrine, cartelloni teatrali).
Esistono poi tutta una serie di attività, dalla medicina della danza, alla ricerca storiografica e teorica, dall’editoria alla conservazione del patrimonio della danza nelle videoteche e biblioteche di cui poco o pochissimo si parla.
Ognuno di questi settori al suo interno ha problematiche proprie e necessità diverse.
Pensare però di affrontare le problematiche di un settore singolarmente senza prima aver tracciato un quadro organico di riferimento, può risultare un grave errore. I vari settori della danza sono anelli di una lunga catena, sono tutte tessere di un mosaico che necessitano di un’armonica collocazione per restituirci un quadro organico capace di restituirci un nuovo scenario.
Affrontare ad esempio il problema delle compagnie senza aver chiaro come affrontare i problemi della formazione professionale del danzatore, dei coreografi e dei docenti, o senza affrontare il problema degli enti che distribuiscono gli spettacoli e quello della formazione del pubblico, può risultare un fallimento.
Pertanto a mio avviso, la priorità è immaginare un sistema organico di sostegno del settore che comprenda in un unico progetto tutti i vari aspetti della danza, un progetto culturale che funga da volano per la crescita culturale nel nostro Paese.
Purtroppo invece le varie leggi quadro oggi in Parlamento (e in special modo la proposta Colasio) e la proposta governativa del Ministro Rutelli si preoccupano in primo luogo di stabilire chi in un prossimo futuro dovrà amministrare lo spettacolo e poco o nulla si domandano sul come lo faranno e perché. In sostanza sembra come se la politica più che preoccuparsi di tracciare un nuovo scenario per lo spettacolo, in base al quale stabilire poi il modo migliore per farlo funzionare, partisse dalla fine: la prima preoccupazione della politica è come spacchettare lo spettacolo fra stato, regioni, province e comuni; se poi questo spacchettamento ha un senso oppure no, se può razionalizzare e dare nuova linfa allo spettacolo poco importa, se crea morti o impedisce nuove nascite è un fatto sussidiario.
2. Fondi
La prima considerazione da fare è l’assoluta inadeguatezza della quota del FUS per la danza. Sono anni che la danza non si sposta da una percentuale pari all’1,74%, una percentuale assolutamente grottesca se paragonata a quella delle arti sorelle, dalla musica con il suo 14% alla prosa con il suo 16,66% e che non tiene conto della crescita quantitativa e qualitativa del settore danza e la grande rispondenza del pubblico.
È chiaro che finché non si porrà riparo a questa situazione qualunque politica di sviluppo in questo settore nel nostro paese sarà destinata a rimanere lettera morta. Senza fondi stabili e programmati nel tempo, nessuna nuova legge sarà in grado di avere successo.
Scorrendo i dati delle sovvenzioni assegnate al settore danza nel 2007 dal Ministero per i beni e le attività culturali, appare evidente che delle 59 compagnie sovvenzionate (7 in meno dello scorso anno), 19 compagnie ricevono dal Fus fra i 10.000 e i 20.000 euro, 20 compagnie ricevono fra i 21.000 e il 50.000 euro, 10 compagnie ricevono fra i 50.000 e i 100.000 euro e solo 10 compagnie superano questa cifra e non certo per uno spettacolo ma per l’intera attività ossia per centinaia di spettacoli in tutta Italia. E attenzione di questi soldi più della metà tornano nelle casse dello Stato sotto forma di oneri previdenziali.
Gli altri settori della danza non versano in situazioni migliori. Solo 13 regioni vedono la presenza di circuiti per la danza (articolo 10 del D.M. 21 dicembre 2005), ma di questi 13 circuiti ben 6 non superano i 30.000 euro di sovvenzione dal Fus danza per realizzare un minimo di 20 giornate di spettacolo richieste dal Regolamento (le altre regioni non hanno circuiti di danza e molte di loro neppure una legge regionale che citi o preveda la possibilità di sostenere la danza).
I festival versano in situazioni anch’esse drammatiche. Dei 24 festival sostenuti tramite Fus nel 2007, ben 17 non superano i 35.000 euro di sovvenzione.
Tragico è poi il capitolo “tournée di danza all’estero” per il quale lo Stato investe solo complessivamente 76.000 euro.
Certo i soldi non sono tutto, ma senza un significativo investimento pubblico la danza italiana non riuscirà mai a decollare e a dare prospettive ai giovani.
Tenendo poi conto dell’esiguità delle risorse, prevedere come vuole vuole il progetto di legge Colasio o quello governativo l’abolizione del Fus e la divisione di queste magre risorse in pezzi fra le varie regioni, equivale a demandare all’amministratore locale di turno il compito di lavorare con la mannaia mandando al patibolo questa o quella attività secondo il suo personale gusto.
Il Fus non dovrebbe essere abrogato, come appare nella proposta governativa, ma radicalmente ristrutturato e liberato dalla legge finanziaria in quanto non può e non deve essere considerato una spesa corrente tagliabile e decurtabile in qualunque momento.
Se lo Stato italiano vuole essere considerato un Paese europeo e non uno dei paesi del terzo mondo, è necessario che si impegni ad elevare il Fus, oggi pari allo 0,30 del Pil, almeno ad un 1%, una soglia minima per un paese civile, per un paese che dovrebbe avere nella cultura e nel turismo culturale il proprio petrolio.
3. Danza allo Stato o alle Regioni?
A mio avviso nella gestione della danza, così come nella gestione di tutto lo spettacolo, lo Stato non può rinunciare al controllo diretto della gestione dei fondi destinati al sostegno del sistema danza. Solo un controllo centrale può garantire i cittadini un’equilibrata e diffusa presenza sul territorio delle strutture di produzione, distribuzione, promozione, formazione, di esercizio, dei festivals e delle rassegne.
Bisogna avere il coraggio di affermare che la riforma del Titolo V della Costituzione è stata mal formulata almeno per lo spettacolo. Non voglio negare l’importanza e la necessità di una politica culturale regionale, provinciale e comunale, ma affidare in via esclusiva la gestione della danza alle Regioni e agli enti locali pregiudicherebbe la realizzazione di quella politica nazionale volta a favorire la creazione di un sistema danza organico e coerente di cui parlavo nel punto1.
La danza parla un linguaggio universale: non esiste una danza della Campania, una del Veneto e una del Lazio ma una danza italiana che vuole sentirsi in Europa per risorse, riconoscibilità e visibilità
E’ inoltre innegabile che la regionalizzazione, come configurata nella bozza del ddl Rutelli, è peraltro di oggettiva, difficile applicazione per le compagnie di danza che svolgono per definizione un’attività di giro. Vincolare l’attività dellecompagnie di danza solo al territorio significa ignorare i rapporti internazionali che molte di loro, fra infinite fatiche e nessun sostegno economico, hanno intessuto fino ad oggi. Il mercato della danza oggi dovrebbe essere un mercato che supera i confini regionali e italiani per allargarsi all’Europa e al mondo e non un mercato rionale che vede le realtà di spettacolo coltivare il proprio orticello appellandosi a qualche santo patrono locale.
Se poi festival, rassegne e circuiti di distribuzione, sono strettamente legati al territorio e ad esso devono rapportarsi sia per la formazione del pubblico che per le implicazioni al turismo, ancorare la loro attività al territorio senza dare loro un respiro internazionale equivale a chiuderle in un cerchio magico mortificando scambi e collaborazioni non solo fra organismi attivi in Italia ma anche con quelli europei.
Possibile che ci si dimentica che siamo in Europa quando si parla di spettacolo? Possibile lo spettacolo è fuori da qualsiasi parametro europeo sia per l’investimento delle amministrazioni pubbliche, sia per la gestione dei fondi?
Altro problema che emerge nella bozza di legge di Rutelli - ma anche in diverse proposte di legge presentate in Parlamento prima fra tutte quella Colasio – è la mancanza assoluta delle regole del gioco. Nel trasferimento dei fondi Fus agli enti territoriali si lascia alle regioni, alle province e ai comuni la libertà di stabilire in autonomia come gestire le risorse. Non ci sono parametri comuni, non ci sono regole del gioco condivise, non ci sono pari opportunità per tutti coloro che svolgono mestieri nello spettacolo dal nord al sud d’Italia o punti nodali obbligatori in grado di garantire al pubblico e agli operatori che coloro che verranno finanziati saranno realmente le attività qualitativamente più meritevoli e non le più raccomandate. Non c’è poi nessun controllo, in linea con quanto avviene oggi, dove assistiamo ad una completa assenza di qualsiasi mappatura in grado di dirci come realmente sono stati utilizzati tutti i fondi investiti dalle varie amministrazioni pubbliche nello spettacolo.
Faccio presente che il mercato dello spettacolo in Italia in questi ultimi anni si è drammaticamente deteriorato in quanto l’offerta di spettacoli è sempre più monopolizzata da Regioni e enti locali che, al posto di limitarsi a svolgere fondamentali compiti ‘neutrali’ di promozione e programmazione delle attività culturali, assumono anche la veste di maggiori finanziatori/committenti del settore, principali produttori/organizzatori di eventi e gestori di infrastrutture pubbliche sul mercato.
In questi ultimi anni si registra la presenza, ogni anno sempre più marcata, di società e fondazioni partecipate da Province e Comuni, che finiscono per attirare la gran parte dei finanziamenti pubblici disponibili. E questo non tanto per un’ottimizzazione delle risorse pubbliche ma piuttosto perché i nostri amministratori pubblici sembrano aver identificato nella politica dello spettacolo una leva importante di creazione di consenso elettorale e di potere, una situazione questa che porterà sempre più verso l’omologazione culturale e l’asservimento delle realtà di spettacolo alle logiche dell’appartenenza partitica.
Che non ci sia parità di trattamento tra operatori è sotto gli occhi di tutti. Che non ci sia trasparenza nelle assegnazioni di fondi comunali, provinciali e regionali è una triste realtà. Che in molte regioni i fondi regionali, provinciali e comunali viaggino fuori da bandi pubblici e siano assegnati in modo diretto, basandosi sul gusto e la fantasia del singolo assessore o del politico di turno o ancor peggio da commissioni composte da persone tutt’altro che incompatibili con il ruolo che ricoprono, è un’altra triste realtà.
Segnalo che Antonio Catricalà, Presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, nell’audizione del 15 maggio scorso presso la 7° Commissione del Senato ha consegnato una relazione nella quale denuncia, quale elemento distorsivo per la concorrenza, la posizione detenuta da alcune società a capitale pubblico, spesso municipalizzate, operanti nel settore dello spettacolo dal vivo, che ricevono sovvenzioni senza nessuna selezione dallo stesso ente pubblico.
4. No alla politica del grande evento
Altro elemento distorsivo del mercato è il sostegno sproporzionato ai grandi eventi.
Sempre più in questi anni ad una concezione dello spettacolo come servizio culturale, civile e sociale - che è il motivo per il quale si giustifica l’intervento economico dello Stato – si è sovrapposta prevalente una concezione dello spettacolo come evento, una concezione che ha condizionato anche le istituzioni, centrali e locali, preposte alla cura e al sostegno dello spettacolo.
Quest’anno la legge finanziaria assegna al Festival Nazionale del Teatro risorse extra Fus pari a 1 milione di euro per la promozione e non meno di 2 milioni di euro per gli anni 2008 e 2009 per la sua realizzazione, cifra alla quale dovrà aggiungersi pari importo reperito dagli enti organizzatori. Ho già fatto presente che i 24 festival di danza sovvenzionati nel 2007 dal Ministero hanno ricevuto dallo Stato nel complesso 667 mila euro ossia poco più della metà di quanto il Ministero evidentemente reputa basti per lanciare l’immagine stessa di un solo festival (non per realizzarlo) e che il Fus danza non arriva a 8 milioni di euro, ossia la metà del budget minimo preventivato per il Festival del Teatro nel 2008. I numeri non hanno bisogno di altri commenti.
Non si vuole erigere una barricata corporativa, ma non si può tacere di fronte a una tale misura e non sostenere le ragioni di quei festival che da anni svolgono un’azione importante sul territorio, sotto l’aspetto culturale ed economico per l’indotto creato, grazie ad un consolidato rapporto con lo Stato, le regioni e gli enti locali. Si tratta di prendere le difese del valore della continuità artistica, della stabilità pluriennale organizzativa e della regolarità gestionale - amministrativa, contro la volatilità di molte iniziative che nascono e muoiono nel giro di poco tempo.
5. Trasparenza nell’assegnazione dei fondi
Che la qualità debba essere il parametro principale in base al quale assegnare le sovvenzioni è un’opinione abbastanza condivisa. Quello che lascia perplessi è come valutare la qualità data la difficoltà nel rintracciare parametri oggettivi sui quali fondare la valutazione qualitativa.
Pertanto è necessario che coloro che vengono chiamati ad esprimere il giudizio qualitativo devono essere esperti di danza e non presi a prestito da altri campi dell’arte come purtroppo spesso avviene. I commissari, non devono avere preconcetti di sorta riguardo a stili e linguaggi e devono porsi come giudici obiettivi in grado di valutare in primo luogo il lavoro onesto e puntuale dei singoli soggetti in rapporto al complesso rapporto del mercato a prescindere dal gusto personale. Devono essere persone che non versano in situazione di incompatibilità e devono avere la possibilità di visionare l’attività dei soggetti su cui sono chiamati ad esprimere un giudizio. Essendo Commissari delegati da Stato e Regioni si dovrebbe loro riconoscere almeno le spese per girare in lungo e in largo l’Italia per visionare spettacoli.
6. Fondazioni lirico sinfoniche
Pensando agli vecchi enti lirici, da qualche anno fondazioni lirico sinfoniche, sorgono spontanee alcune domande e numerose considerazioni.
La più banale è di ordine economico. Le 14 fondazioni assorbono quasi la metà del Fus, il Fondo unico con il quale viene sostenuto tutto lo spettacolo. A questi soldi si aggiungono quelli delle sponsorizzazioni private, dei comuni, degli enti territoriali e altri fondi statali assegnati ad hoc. E’ economicamente corretto continuare a finanziare questi enti quando con gli stessi soldi si potrebbero mettere in pista centinaia di altri spettacoli in tutta Italia? Se dovessimo guardare solo le cifre, non tenendo conto del valore culturale intangibile che sta dietro a quelle che sono o dovrebbero essere le rappresentazioni di lirica e balletto nei teatri d’opera, diremmo certamente che è il caso di chiuderli o di gestire gli spazi in altro modo. Ma sarebbe questa una scelta miope se non completamente folle. Quale compagnia privata italiana potrebbe mettere in scena un’opera lirica come l’“Aida” o un balletto come “La Bella Addormentata” senza ricorrere a ingenti risorse pubbliche? Certo potremmo importare dall’estero, magari dalla Cina o dalla Russia come oggi fin troppo spesso si fa, rappresentazioni delle grandi opere e dei balletti a prezzi molto più contenuti. Ma con quali risultati?
Il nostro orgoglio nazionale dovrebbe spingerci invece in una direzione diversa, guardando e dando valore a quel qualcosa di intangibile e difficilmente valutabile in termini economici che è il valore dell’arte e della cultura. Il nostro orgoglio nazionale dovrebbe spingerci a dare valore ai talenti italiani di ieri e di oggi, agli autori, ai maestri e agli interpreti che nel passato hanno segnato la storia della cultura nel mondo e a quelli di oggi, talenti che purtroppo sempre più spesso sono costretti a lasciare un meraviglioso segno del loro passaggio esibendosi nei palcoscenici di tutto il mondo ma non Italia.
Se in Italia abbiamo l’obbligo almeno morale di non lasciare le opere di Verdi nel dimenticatoio, dovremmo fare altrettanto con i balletti classici – come Giselle, Le Corsare, Coppella, Sylvia, Bella Addormentata, Schiaccianoci – che sono stati tutti eseguiti per la prima volta da danzatrici italiane famose in tutto il mondo. E non dovremmo dimenticare che la prima a utilizzare le scarpe da punta fu l’italianissima Maria Taglioni e che l’idea fu di suo padre Filippo.
Il mondo ce lo riconosce… perché noi dobbiamo dimenticarlo?
E per rimanere in ambito di danza, dobbiamo chiudere gli occhi e non vedere che tanti ballerini italiani brillano come stelle nelle più prestigiose compagnie di danza del mondo perché alla loro tecnica impeccabile viene riconosciuta una capacità interpretativa tipicamente italiana che è proprio quel valore aggiunto che non quantificabile in termini economici e statistici? Scusate questa botta d’orgoglio nazionalistico, ma chiudere gli ex enti lirici sarebbe una barbarie simile a chiudere gli Uffizi o abbattere il Colosseo per costruirci sopra un ipermercato.
Proviamo invece a pensare ai nostri enti lirici come fossero capolavori di Michelangelo o Raffaello danneggiati da una devastante inondazione. Andrebbero restaurati, rivedendo le modalità di lavoro, mettendoli in condizione di produrre di più dando la possibilità di programmare in anticipo. Bisognerebbe poi pensare a ripristinare quelle parti che l’inondazione ha portato via, ossia ripristinare gli organici di quei corpi di ballo ridotti a brandelli, rimetterli in piedi laddove sono scomparsi, riorganizzare la programmazione partendo dal presupposto che è bello anche il repertorio, che una bimba che studia danza ha il diritto di vedere a Natale uno “Schiaccianoci” bel fatto e che non si deve sempre e solo inseguire la novità. Ci vorrebbe poi un’attenta promozione per dare valore al restauro, andrebbero stimolati gli scambi fra enti italiani e fra enti italiani e stranieri, andrebbe…. Si potrebbe continuare all’infinito sulle cose che si potrebbero fare per dare il giusto valore ai nostri ex enti lirici. Un’ultima però concedetemela: cambiamo loro il nome, subito. Propongo fondazioni lirico, sinfoniche e di danza (o di balletto se vi suona meglio).
7. Produzione
L’amministrazione statale continua ritenere “giovani” compagnie che in realtà sono storiche, ossia compagnie che, pur svolgendo attività da venti anni, ricevono finanziamenti compresi fra i 10.000 e i 50.000 euro, mentre invece i veri “giovani” sono coloro che attualmente sono fuori dal sistema di finanziamento statale.
Per permettere il ricambio generazionale e dare la possibilità ai giovani di accedere al sistema delle sovvenzioni, al di là di trovare fondi per le prime istanze e abolire qualsiasi requisito base per l’accesso al sovvenzionamento, compreso il requisito di tre anni di attività dichiarata, ci possono essere altri sistemi.
Una strada potrebbe essere quella di dare dei contributi a progetti singoli o contributi supplementari agli organismi storici (produzione e distribuzione) per produrre e distribuire produzioni di autori non sovvenzionati; questo consentirebbe ai giovani autori di liberarsi della parte burocratico-amministrativa che spetterebbe agli orgasmi storici e di concentrarsi sulla creazione.
Un’altra strada potrebbe essere quella di finanziare residenze multisciplinari o centri complessivi per la danza da realizzare in concorso con l’ente territoriale, che avrebbero avere fra i loro compiti proprio quello di produrre e distribuire lavori di giovani autori. Chiamatele residenze multidisciplinari o centri complessivi, poco importa. Quel che è importante è individuare luoghi aventi la disponibilità continuativa di uno spazio idoneo per svolgere un’attività polivalente di produzione, di documentazione, di formazione del pubblico, di specializzazione e aggiornamento professionale per i professionisti dello spettacolo, e di ospitalità delle compagnie di danza e dei singoli coreografi emergenti a cui mettere a disposizione la struttura, anche per rappresentazioni.
Se i lavori coreografici prodotti da queste strutture fossero poi messi in rete attraverso un meccanismo di scambi, si otterrebbe una circuitazione protetta.
E’ infatti necessario tenere presente che esistono nuove forme di spettacolo e di comunicazione nate all’integrazione fra le arti, forme di creazione artistica interdisciplinari che hanno bisogno di appositi spazi per essere circuitate e una particolare forma di promozione nei confronti del pubblico.
8. Distribuzione
La danza non ha lo stesso numero di luoghi dove andare in scena rispetto al teatro di prosa o alla musica, nonostante la grande richiesta del pubblico.
Al fine di armonizzare l’offerta con la domanda è quindi quanto mai necessario favorire la distribuzione omogenea su tutto il territorio nazionale di spettacoli di danza, favorendo il riequilibrio territoriale dell’offerta da realizzarsi anche attraverso il recupero e riattivazione di sale o la costruzione di nuovi teatri laddove questi mancano.
Vanno incentivati i teatri che propongono cartelloni che superano le divisioni dei generi.
E’ necessario implementare il numero dei circuiti regionali (oggi se ne contano solo 14) dando loro la fisionomia di veri e propri “Soggetti della distribuzione”. Tali circuiti dovrebbero consentire la più ampia circolazione delle compagnie di danza sul territorio nazionale garantendo la diffusione dell’arte della danza in ogni suo genere.
E’ necessario che lo Stato sostenga in particolar modo lo sviluppo e la creazione di nuovi mercati dove mancano strutture, imprese, teatri e dove gli enti locali sono più disattenti.
E’ necessario anche individuare nuove forme di collaborazione con gli Istituti di cultura all’estero al fine di favorire la distribuzione degli spettacoli di produzione nazionale nel mercato europeo e in quello mondiale.
9. Promozione
Per ai cittadini una corretta immagine della danza è necessario dare sostegno a degli
enti di promozione della danza. Tali enti dovrebbero promuovere la danza attraverso work – shop, spettacoli – vetrina, incontri con il pubblico, nuove forme di collaborazione con le scuole e le università, e dovrebbero realizzare forme di coordinamento organico e continuativo fra la produzione e la distribuzione, lavorando in stretto collegamento con circuiti, festivals e rassegne di danza, con una particolare considerazione ai nuovi linguaggi, all’innovazione della danza contemporanea e alle compagnie emergenti anche al fine di agevolarne l’accesso nel mercato.
10. Formazione
Come ho già detto nel punto 1, possiamo rintracciare sette tipi di tipologie diverse nell’ambito della formazione della danza (formazione del danzatore professionista; la danza intesa come attività amatoriale; la danza nei nei curricula della scuola pubblica; la formazione dei coreografi e delle figure professionali legate al mondo dietro le quinte; la formazione dei docenti; la formazione del pubblico; la formazione nelle università).
A questa complessità di situazioni si aggiungere la varietà delle tecniche di danza impiegate, che vanno dalla danza classica a quelle stoririche della danza contemporanea, dalle sperimentazioni e interazioni con altri linguaggi all’hip hop, senza contare i balli da sala, i caraibici, i balli standard o i balli importati da altri paesi, dal tango al flamenco fino alla danza del ventre.
Per non complicare troppo l’esposizione vorrei porre l’attenzione su almeno un paio di situazioni formative che coinvolgono il mondo della formazione della danza.
11. Formazione del danzatore professionista
L’Italia è l’unico paese europeo dove, almeno per quanto attiene alla danza, viene meno il Diritto allo studio che è uno dei principi fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione.
Per la formazione professionale di danzatori, coreografi e insegnanti di danza, ancora oggi abbiamo
un’unica scuola pubblica, l’Accademia Nazionale di Danza, peraltro oggi trasformata in Università a fronte di decine e decine di conservatori (anche più di uno per regione come nel caso del Veneto).
Ancora non è chiaro oggi quale percorso formativo offra invece lo Stato a coloro che intendono formarsi come danzatori, dato che tale formazione professionale avviene fra i 10 e i 18 anni.
Se si escludono i corsi ancora in funzione presso l’Accademia di Danza, le tre scuole professionali oggi attive presso le fondazioni lirico sinfoniche sono di fatto dei corsi semi privati dato che richiedono agli allievi il versamento di tasse di frequenza anche particolarmente elevate (la Scuola di ballo dell’Accademia Teatro alla Scala Scala ad esempio prevede per l’anno scolastico in corso una tassa di frequenza pari a 2.712 euro per i corsi dal 1° al 3° ; 3.306 per il 4° e il 5°corso. Solo dal 6° all’8° corso la frequenza è gratuita in quanto interviene a sostegno la Regione.).
Evidenzio anche che c’è un grave problema legato agli spazi. La Scala di Milano chiede e ancora non ottiene spazi dove far dormire gli allievi fuori sede (alcuni sono piccolissimi e non sempre i genitori possono trasferirsi a Milano per accudirli). La Scuola dell’Opera di Roma soffre in aggiunta la carenza di un numero adeguato di sale prove. La Scuola del San Carlo sta ancora peggio perché divide le aule di danza con la compagnia.
Nessuna di queste scuole è poi dotata di aule dove gli allievi possono studiare le materie curriculari (scuola media e liceo). Gli allievi della Scala hanno risolto il problema frequentando dalle 17.00 alle 22.00 un liceo serale dopo aver studiato danza dalla mattina al primo pomeriggio.
Nulla a che vedere con le scuole dell’Opera di Parigi, del Royal Ballet, con diverse scuole tedesche o con l’Accademia Vaganova di san Pietroburgo dove gli allievi dormono, studiano danza e materie curriculari nello stesso edificio con la tranquillità dei genitori.
Sempre nell’ambito della formazione professionale sarebbe opportuno prevedere – almeno inizialmente per le scuole di ballo delle fondazioni lirico sinfoniche - la creazione di compagnie di danza giovanili composte dagli allievi delle scuole dato che lo studio in questo caso specifico deve essere concepito come un allenamento per la scena.
La costituzione di una compagnia giovanile oltre ad essere occasione formativa permetterebbe alla Scuola di avere entrate da cachet da reinvestire sul funzionamento della Scuola.
12. Formazione intesa come attività amatoriale
La latitanza dello Stato nella formazione nell’ambito della danza ha favorito dagli anni Settanta (dopo una sentenza della Corte Costituzionale che decretava che “l’arte è libera e libero è il suo insegnamento”) la nascita di migliaia di scuole private oggi distribuite a macchia d’olio su tutto il territorio nazionale.
A partire dagli anni Settanta chiunque può insegnare danza, come del resto avviene per qualsiasi sport o disciplina artistica.
Una chiarezza nei titoli e nei diplomi è però oggi necessaria, anche in vista dell’inserimento della danza nelle discipline curriculari della scuola pubblica, come anche è necessario stabilire la validità reciproca dei titoli abilitanti all’interno del mercato europeo.
Tale materia deve coinvolgere non solo il Ministero per i beni e le attività culturali, ma anche e soprattutto i Ministeri della Pubblica Istruzione, dell’Università e della Ricerca.
Oltre alla problematica dei titoli di studio e della loro spendibilità, problematica questa che meriterebbe un approfondito esame anche tenendo conto delle esperienze di altri paesi europei, primi in tutti la Francia, vorrei porre l’attenzione su due altre proposte che riguardano da vicino le problematiche connesse alla gestione delle scuole di danza private che in questo momento come detto suppliscono lo Stato nella sua latitanza nella formazione in ambito di danza.
La prima proposta è quella di definire in modo chiaro quali sono i requisiti per l’apertura e la messa in agibilità dei luoghi ove si pratica la danza. Siamo infatti al paradosso che si passa da città dove non occorre nessun permesso, a città dove è quasi impossibile trovare luoghi che soddisfino tutti i requisiti richiesti.
La seconda proposta è quella di far usufruire alle scuole di danza le stesse agevolazioni fiscali riservate oggi alle associazioni sportive dilettantistiche.
Negli ultimi anni l’attività sportiva dilettantistica ha infatti ricevuto particolare attenzione da parte del legislatore. Infatti oltre all’introduzione di norme di carattere civilistico, finalizzate a dare certezza giuridica all’associazionismo sportivo, numerosi sono stati i provvedimenti fiscali finalizzati a sostenere le società e le associazioni sportive dilettantistiche nello svolgimento della loro attività.
Fra le principali agevolazioni ricordiamo: convenzioni Siae che permettono sconti sui diritti musicali per l’attività in palestra ma anche per gare, manifestazioni e feste; sconti fiscali sulle tariffe del metano; sconti e esenzioni sulle insegne; riduzioni sulla pubblicità; esenzione fino a € 7.500,00 per un anno di imposte (anche Irap) per prestazioni sportive dilettantistiche agli allenatori ed istruttori o ai direttori che partecipano all'attività sportiva; regime agevolato (IVA al 50%) per attività commerciali quali vendita di abbigliamento sportivo; riduzioni della tassa sui rifiuti; esenzione dall'imposta dei rimborsi spese vitto, alloggio, trasporti, di rappresentanza, a pie' di lista e delle organizzazioni di eventi sportivi; agevolazioni del credito sportivo per acquisizione, costruzione o ristrutturazione di centri sportivi; possibilità di somministrare alimenti e bevande in deroga ai piani comunali; possibilità di ottenere dalle aziende corrispettivi in denaro o natura che fino all'importo di € 200.000,00 costituiscono per le medesime spese di pubblicità e sono quindi totalmente deducibili dal reddito di impresa; possibilità di ottenere dalle persone fisiche contributi liberali in denaro che fino a € 1.500,00 sono deducibili dal reddito dell'erogante; corsia preferenziale nell'affidamento in gestione degli impianti pubblici e delle palestre, aree di gioco ed impianti sportivi scolastici (legge 289/2002, art. 90 commi 25 e 26) .
Anche nell’ultima legge finanziaria per il 2007 non mancano disposizioni dirette a favorire lo sviluppo delle discipline sportive. Per promuovere la pratica sportiva tra i bambini e i giovani dai 5 ai 18 anni, è stata infatti prevista la possibilità per le famiglie di detrarre dall’Irpef nella misura del 19% e fino a un massimo di 210 euro, le spese per l’iscrizione annuale e l’abbonamento ad associazioni sportive, palestre, piscine e altre strutture e impianti sportivi destinati alla pratica sportiva dilettantistica.
Proprio per usufruire delle suddette agevolazioni fiscali connesse al riconoscimento dello status di “associazione sportiva dilettantistica”, sono centinaia le scuole di danza che per si sono iscritte nell’apposito registro del CONI tramite gli Enti di Promozione Sportiva , abbandonando la più consona dicitura legata all’associazionismo culturale e quindi facendo riferimento al mondo sportivo e non più a quello dei beni e delle attività culturali.
Sarebbe corretto dare alle società e associazioni private impegnate nella diffusione della danza al livello amatoriale e professionale, gli stessi aiuti e benefici riservato oggi in via esclusiva a favore delle società sportive dilettantistiche ai quali è stato riconosciuto lo status di “attività sportiva dilettantistica” attraverso l’iscrizione nell’apposito Registro nazionale del CONI.
Per fare questo è chiaro che andrebbe istituito un apposito registro presso il Ministero dei beni culturali o delle politiche giovanili.
13. Siae
Solo in questi due anni la Siae sta gradualmente riconoscendo pari diritti alla danza rispetto alle altre arti tanto che fra le proposte approvate dalla Commissione Lirica, e oggi ancora al vaglio Cda Siae, quella di modificare la dicitura Sezione Lirica in Sezione Lirica e Danza, riconoscendo alla danza pari dignità nei confronti dell’opera.
Diverse però ancora oggi le problematiche che non trovano soluzione. Fra queste segnaliamo la revisione minimi sia attraverso l’abolizione delle fasce (0-500 posti; oltre 500 posti) sostituendole con un coefficiente a singola poltrona che favorirebbe le realtà teatrali più piccole, sia la revisione dei minimi per alcune opere musicali in quanto spesso l’utilizzo di musica tutelata e di autori contemporanei determina costi proibitivi per l’esecuzione pubblica, sacrificando la creatività dei coreografi e la distribuzione di spettacoli di danza.
Altro problema da chiarire il perché la Siae debba ricevere una percentuale per i contributi ricevuti dai beneficiari di sovvenzioni statali, provinciali e comunali oltre che dalle sponsorizzazioni. E questo in aggiunta alle percentuali giustamente dovute riscosse dal normale sbigliettamento.
Francesca Bernabini
Direttore responsabile del mensile Danzasi