Salve
vorrei contribuire alla vostra iniziativa con questi pensieri.
Sono una danzatrice coreografa, nell'ambito danza contemporanea, napoletana di
nascita e, mio malgrado, attraverso un periodo di deprimente disgusto.
Ho avuto diversi tipi di esperienza all’estero come danzatrice e performer che hanno provocato un’ esplosione di creatività che evidentemente era latente e
soffocata. La differenza principale è che all’estero ci sono più opportunità, più investimenti sui giovani,
stimoli, sicuramente girano più soldi, una rete più consistente, più obiettivi
esterni e quindi si è più proiettati verso fuori. C’è possibilità di intravedere un
futuro e
respiri.....un senso di prospettiva che ti fa viaggiare in avanti e con
velocità. C’è il
gusto e il piacere di sentirsi dei professionisti in quello che hai scelto, una scelta che ti
ripaga, il gusto di essere positivi, di guardare in alto. Non è che la fortuna
arrivi tra capo e collo e io sento sempre di averle dovute costruire le cose
sia lì che a Napoli e altrove.
Qui c’è quasi paura di puntare un po’ più su, forse perché un “più su” non c’è. Ci sono pochi spazi, ti senti sempre fuori luogo, tutti sgomitano per un buco, dai centri sociali alle strutture più organizzate dove devi pagare se usi lo spazio per le tue prove, anche se lì ci lavori. Tutti cercano di sopravvivere e tutti si danno un gran da fare anche perché se aspetti che arrivino le cose da fare esse non piomberanno mai dal nulla. Qui nessuno è più grande di un altro , o più ricco da offrirti lavoro, è tutto sempre una mediazione, un compromesso che genera un paludaio pesante. C’è la tendenza alle repressione anche autoindotta, eppure se vuoi proporre qualcosa è molto semplice a Napoli, poiché resta ancora una città molto anarchica, senza regole rigide. Anzi devi crearle da te le opportunità, cercarle, alimentarle, e sviluppi un’emancipazione artistica polisemantica, nel senso che ti ritrovi ad essere tante cose insieme ma questo sicuramente avverrebbe dovunque e comunque.
La danza
contemporanea all’estero
abbraccia varie
discipline, si contamina e si intreccia alle altre forme artistiche. Il
movimento si evolve e si trasforma. In Italia siamo ancora legati al movimento
vecchio stampo che non si sa più da dove viene , se dal teatro danza, dalla
tecnica cunningham o dalla danza classica. Fuori, il movimento dei danzatori è
diverso, sono tutti meno legati alla tecnica forse anche meno virtuosi. Il
lavoro del danzatore è riconosciuto e apprezzato, ha un ruolo sociale, anche
perchè sostenuto dalle università e da tante istituzioni che supportano le
arti. Credo che la danza, riconosciuta come disciplina di studio nelle scuole e
università, e quindi nella sua valenza educativa, sia fondamentale per la sua
stessa evoluzione e per la sua dimensione artistica.
In Italia in generale respiriamo un clima culturale e politico stagnante,
becero, tra l’altro
tendente a conservare più che a creare nuove forme e possibilità, che non dà spazio e
incentivi ai giovani. La cura e il rispetto per l’arte e la danza, in particolare, sono sfumati. Qui
le grandi strutture
assomigliano a delle piovre che vogliono inglobarti, più che a offrirti delle
concrete opportunità di lavoro e di crescita.
Eppure qualcosa si muove a Napoli. Se tutti cercano di muoversi in una
direzione positiva meno centripeta, più proiettata verso l’operare, senza fini meschini, è
meglio. Io ci provo;
certo a volte preferirei assaporare la placida sensazione di essere mossa da “fuori”, di navigare in un mare di
opportunità e di energia
in riciclo e ricambio. Ma questo avverrà…..prima o poi………..il movimento cambierà verso e forma….forse nelle generazioni
successive.
Ho letto, a parte il vostro, anche un altro interessante articolo su
"danza sì" di Francesca Bernabini intitolato "Le distorsioni del
mercato dello spettacolo" in cui soprattutto nelle ultime righe credo
abbia centrato appieno il cuore del problema e in cui purtroppo mi rispecchio
moltissimo.
Cordiali saluti
Alessia Scala
Napoli